Ecco perché i costumi di Marty Supreme sono da Oscar
- 1 feb
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Josh Safdie riconferma la propria cifra estetica in Marty Supreme, un film in cui costruzione visiva e narrazione si influenzano reciprocamente.
Timothée Chalamet interpreta Marty Mauser, giovane ambizioso determinato a trasformare il tennis tavolo in un veicolo di identità, guadagno e notorietà. La pellicola ha ottenuto ben 9 candidature agli Oscar 2026: Miglior Film, Regia, Sceneggiatura Originale, Montaggio, Attore Protagonista a Timothée Chalamet, Casting, Fotografia, Scenografia e Miglior Costume Design per Miyako Bellizzi, sottolineando il valore del progetto sia sul piano narrativo sia su quello visivo.
Il lavoro di Bellizzi affronta il costume come strumento di caratterizzazione. Al centro della strategia c’è la definizione del guardaroba di Marty, costruito attraverso linee, volumi e proporzioni che si traducono in completi maschili dalle strutture nette: giacche a due pezzi con spalle morbide ma definite, rever moderati, proporzioni boxy e tagli che amplificano la silhouette. Questi elementi, ispirato dalla scena urbana newyorkese anni '50, non sono solo citazioni, ma strumenti per restituire la tensione interiore del personaggio.
Particolarmente significativi sono i capi sportivi reinterpretati in chiave sartoriale: le giacche con spalle accentuate e lunghezze del torace estese creano una presenza fisica netta sullo schermo, mentre alcuni look includono maglioni a trama compatta e gilet in maglia, che equilibrano rigore formale e praticità tipica di quell'epoca. L’uso di tessuti con peso e drappeggio calibrati consente alle silhouette di conservare definizione anche durante movimenti rapidi e scene dinamiche, garantendo coerenza visiva e funzionale.
La palette cromatica adottata per Marty predilige tonalità sobrie: grigi antracite, blu navy, verdi profondi — che lavorano sul contrasto con altri elementi del guardaroba e con l’ambiente urbano.
Anche i personaggi secondari sono costruiti con precisione sartoriale. Odessa A’zion veste capi stratificati con maglioni spessi e camicie in cotone lavato, combinazioni che enfatizzano densità e struttura; Gwyneth Paltrow invece interpreta la malinconica Kay Stone con linee sobrie e superfici tessili più raffinate, caratterizzate da cappotti in lana, cappellini e un cappotto rosso in raso che funge da punto di orientamento visivo nelle sequenze narrative.
Bellizzi ha fondato il proprio approccio su ricerche storiche e visive approfondite: materiali d’archivio, filmati coevi e riferimenti alla moda urbana del primo dopoguerra hanno informato la costruzione del guardaroba, garantendo coerenza con l’ambientazione senza cedimenti a stereotipi. La scelta di non inserire marchi contemporanei e di realizzare molteplici versioni dei capi principali ha permesso di sostenere l’azione scenica mantenendo integrità stilistica.
Marty Supreme dimostra come il costume possa funzionare come elemento strutturale della narrazione: non un accompagnamento al testo, ma una componente che contribuisce alla definizione dell’identità e della psicologia dei personaggi. Attraverso scelte tecniche precise (silhouette, volumi, materiali e palette) il guardaroba traduce in forma visiva ambizione, tensione e strategia, rendendo il costume parte integrante della lettura critica del film

Ph. Atsushi Nishijima/GC/A24










