Diesel riscrive le regole del massimalismo
- 5 giorni fa
- Tempo di lettura: 2 min

Per la FW26 di Diesel, il direttore creativo Glenn Martens decide di partire dalle origini e mette mano all’enorme archivio del marchio, attivo dal 1978. In passerella non va in scena una sfilata tradizionale, ma una sorta di percorso immersivo costruito con circa 50.000 pezzi storici: un modo diretto per raccontare quasi cinquant’anni di stile e di provocazioni. Non si tratta solo di una scenografia ma di un vero e proprio storytelling che trasforma la passerella in uno spazio caotico di energia e sperimentazione.
L’idea alla base della collezione è semplice: prendere l’estetica irriverente di Diesel e spingerla ancora più all'estremo: i capi sembrano vissuti, stropicciati, segnati dal tempo e il denim, elemento centrale del brand, viene trattato per mantenere pieghe e segni permanenti.
La collezione FW26 rifiuta ogni idea di controllo e ordine, puntando sull’accumulo, che si espande e domina in volumi audaci e proporzioni alterate. Martens infatti lavora molto sulle proporzioni: riduce alcuni volumi oversize, inserisce dettagli funzionali in punti inaspettati e costruisce silhouette che sembrano spontanee e improvvisate ma sono in realtà studiate con precisione.
I colori, saturi e vibranti, amplificano l’impatto visivo mentre tessuti, patchwork, superfici e materiali accentuano la fisicità dei capi. Stampe floreali e grafiche si intrecciano senza cercare equilibrio, generando contrasti e le maglie sono sovrapposte e leggermente arricciate, i cappotti uniscono colori e materiali diversi in combinazioni volutamente forti.
Più che proporre una visione futuristica, Diesel mette in scena un metodo: l’identità non va conservata, ma messa alla prova. L’eccesso diventa scelta consapevole, la sovrabbondanza e il massimalismo si trasforma in cifra distintiva. In questa densità controllata, il marchio trova una nuova forma di coerenza, affermando che la libertà passa anche attraverso il rischio di osare troppo.
Ph. Diesel











